Luigi Boille. Il segno come luce, il silenzio come forma
C’è una pittura che non cerca la quiete, ma la attraversa. Che non si accontenta di un risultato raggiunto, perché ogni tela apre già la domanda successiva.
È la pittura di Luigi Boille, nato a Pordenone nel 1926 e morto a Roma nel 2015, uno dei protagonisti più autentici e meno celebrati dell’Informale italiano ed europeo.
Un artista che il mondo ha riconosciuto prima e meglio di quanto non abbia fatto il suo paese. Oggi, a distanza di anni dalla sua scomparsa, torna a farsi guardare con l’attenzione che merita — anche grazie al lavoro di catalogazione che Luigi Boille. Luoghi di luce, scrittura del silenzio. Opere 1958-2015, edito da Turato Edizioni per la mostra ai Musei di Villa Torlonia, ha saputo restituire.
Da Pordenone a Parigi, per la via più lunga

Boille nasce a Pordenone da una famiglia di origini italo-ungheresi, ma la sua infanzia si consuma altrove: prima in Veneto, poi a Roma, dove si trasferisce con la madre. È qui che si forma, in modo tutt'altro che lineare per un pittore: si diploma all'Accademia di Belle Arti nel 1949 e, appena un anno dopo, si laurea in Architettura. Una doppia disciplina — il gesto libero della pittura e il rigore costruttivo del progetto — che resterà leggibile in tutta la sua opera, anche nei momenti di massima esuberanza gestuale.
Nel 1951, dopo una parentesi in Olanda, Boille si stabilisce a Parigi. Ci resterà per sedici anni, lavorando all'inizio anche come architetto, prima di dedicarsi esclusivamente alla pittura dal 1953. È una scelta radicale, in un momento in cui Parigi è ancora il crocevia obbligato per chi vuole misurarsi con le avanguardie: la città in cui Hans Hartung, Pierre Soulages e Georges Mathieu stanno ridefinendo cosa significhi dipingere dopo la figura, dopo la guerra, dopo tutto.
L'Informale non come stile, ma come condizione
A Parigi Boille entra in contatto con Pierre Restany, che lo introduce nella Jeune École de Paris, e con Michel Tapié, il teorico dell'art autre che vede nel suo lavoro una componente "barocca": un dinamismo materico che tuttavia, a differenza di molte esperienze coeve, non scivola mai nell'irrazionalismo puro. C'è sempre, in Boille, un contrappunto di misura, un'eco di quella formazione architettonica che gli impedisce di abbandonarsi del tutto al caos. Restany lo descriverà, in un celebre testo critico del 1959, come un pittore mai pago delle proprie certezze, sempre in cerca — tela dopo tela — di nuovi passaggi, nuovi sbocchi, nuove direzioni possibili. È una definizione che regge per l'intera parabola dell'artista: la sua non è mai una ricerca che si adagia, ma un moto costante.
Espone alla storica galleria Facchetti nel 1954, poi alla Lucien Durand nel 1955; partecipa a rassegne collettive che intrecciano il suo nome a quello delle avanguardie europee — da Amsterdam a Vienna — e stringe un rapporto professionale duraturo con la Galleria Stadler di Parigi, una delle più influenti della scena informale internazionale.

New York, 1964: l'Italia in quattro nomi
Nel 1964 arriva il riconoscimento che meglio racconta la statura di Boille agli occhi della critica internazionale: chiamato dal curatore Lawrence Alloway, rappresenta l'Italia al Guggenheim International Award di New York accanto a Lucio Fontana, Giuseppe Capogrossi ed Enrico Castellani. Sono nomi che oggi leggiamo come i pilastri della ricerca italiana del secondo Novecento — e Boille, in quel momento, sta al loro fianco senza alcuno scarto. È forse il punto più alto di una visibilità che, negli anni successivi, il suo stesso paese farà fatica a mantenere viva.
Il segno che si fa scrittura
Tornato temporaneamente in Italia nel 1965, Boille partecipa alla Quadriennale di Roma e, l'anno seguente, alla XXXIII Biennale di Venezia, dove esporrà nuovamente nel 2011. Ma il vero filo che attraversa la sua opera non è biografico, è pittorico: è il segno, elemento distintivo di tutta la sua ricerca, che nel corso dei decenni muta pelle senza mai perdere identità. Dalle superfici dense e stratificate degli anni Sessanta e Settanta — vere e proprie tessiture materiche, quasi un horror vacui che riempie ogni spazio disponibile — Boille si sposta progressivamente verso una fase più rarefatta, in cui il segno si libera nel colore, talvolta nel bianco, senza però rinunciare alla sua carica vitale.
È in questo movimento — dal pieno al respiro, dalla materia alla luce — che si può leggere il sottotitolo scelto per la mostra di Villa Torlonia: luoghi di luce, scrittura del silenzio. Il critico Giulio Carlo Argan, che nel 1960 va a scovare Boille nel suo studio parigino per poi inserirlo stabilmente nel circuito delle rassegne italiane, ha descritto il suo segno come una frase pittorica che si svolge e si modula fino a comunicare uno stato dell'essere: un distacco, una contemplazione. Non stupisce che, dopo le stagioni più materiche — e le serie Energia e Centralità, con la loro pittura densa e i motivi di mini-segni concentrici — Boille abbia trovato, negli anni Novanta, la via di un ritorno al segno puro, quello che lo accompagnerà fino all'ultimo.

Più amato altrove che in patria
C'è un paradosso che accompagna la fortuna critica di Boille, e che i suoi contemporanei hanno segnalato con una certa amarezza: la sua fama, tuttora, resta più solida in Europa e nel mondo che in Italia. Eppure le sue opere sono conservate in istituzioni di primo piano — dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma alla GAM di Torino, dall'Hirshhorn Museum di Washington a musei in Croazia — e la qualità del suo lavoro lo collocherebbe, senza forzature, al fianco dei maggiori maestri italiani del secondo dopoguerra. Alla sua morte, nel 2015, la critica italiana lo ha salutato come un pittore ingiustamente sottovalutato in patria: un destino che accomuna più di un protagonista dell'Informale nostrano, ma che nel caso di Boille appare particolarmente stridente, vista la statura internazionale conquistata già negli anni Sessanta.
Villa Torlonia, 2019: la prima grande antologica romana
Nel 2019, quattro anni dopo la scomparsa dell'artista, il Casino dei Principi ai Musei di Villa Torlonia ospita — dal 21 giugno al 3 novembre — la prima grande antologica dedicata a Boille in una sede istituzionale romana. Curata da Claudia Terenzi e Bruno Aller, con il sostegno dell'Archivio Luigi Boille, la mostra ricostruisce un percorso di oltre ottanta opere che attraversa quasi sessant'anni di lavoro, dal 1958 al 2015: dalle prime tele informali fino agli ultimi esiti della sua scrittura del segno.
Per Turato Edizioni, curare il catalogo di questa mostra — Luigi Boille. Luoghi di luce, scrittura del silenzio — ha significato mettere le mani, letteralmente, sulla materia di un'intera vita pittorica: 160 pagine, formato 21x25,5 cm, stampate nella nostra sede di Rubano, che restituiscono in sequenza la lunga traiettoria dell'artista, dagli anni parigini fino al ritorno definitivo a Roma. Un lavoro editoriale che non si limita a documentare, ma che prova a rendere visibile — pagina dopo pagina — quello stesso movimento dal pieno alla luce che è la cifra più profonda della pittura di Boille.

Un segno che resiste al silenzio
Guardare oggi le opere di Boille significa entrare in una pittura che non ha mai smesso di interrogarsi — sulla materia, sul segno, sulla luce che lo attraversa. Un Maestro dell'Informale che l'Italia ha riconosciuto tardi e parzialmente, ma che continua, mostra dopo mostra, catalogo dopo catalogo, a reclamare il suo posto tra i grandi protagonisti del secondo Novecento. Il catalogo Luoghi di luce, scrittura del silenzio è, in questo senso, anche un piccolo atto di giustizia editoriale: uno strumento per continuare a guardare, e a far guardare, un segno che non ha mai finito di scrivere.
Luigi Boille, pittore italiano nato a Pordenone nel 1926 e morto a Roma nel 2015, è stato uno dei protagonisti dell’Informale europeo.
Si è formato tra Accademia di Belle Arti e laurea in Architettura a Roma. Nel 1951 si trasferì a Parigi dove rimase sedici anni, entrando in contatto con Pierre Restany e Michel Tapié.
Catalogo della mostra
Luigi Boille. Luoghi di luce, scrittura del silenzio
Opere 1958–2015. Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi, Roma — 21 giugno / 3 novembre 2019. Un percorso di oltre ottanta opere attraverso quasi sessant'anni di pittura, edito da Turato Edizioni.
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