Traduzione italiana del testo tedesco del volantino scritto da Ugo Ojetti, lanciato su Vienna il 9 agosto 1918 insieme a quello di D'Annunzio. Scansione di Emiliano Burzagli, Archivio privato famiglia Burzagli.
Una storia di persuasione. Il volantino, dai monasteri alle discoteche
«Una lunga abitudine a non considerare sbagliata una cosa le dà l'apparenza superficiale di essere giusta, e solleva in un primo momento un clamore formidabile in difesa dell'abitudine. Ma il tumulto presto si placa. Il tempo fa più proseliti della ragione.» — Thomas Paine, Common Sense, 1776
C'è un oggetto che non ha mai chiesto il permesso di entrare nelle nostre mani: ci viene infilato, incollato, lanciato dal cielo, scivolato sotto la porta. È il foglio più umile della stampa — quello che in italiano chiamiamo volantino o locandina, e che nel mondo anglosassone prende una dozzina di nomi diversi: circular, handbill, pamphlet, leaflet, weekly ad. Un formato piccolo (A4, A5, DL, A6, o la misura standard americana 8,5"×11") per un'ambizione enorme: cambiare, anche solo per un istante, quello che qualcuno pensa o fa. Prima ancora del volantino industriale c'è il gesto di scrivere un pensiero su un foglio e lasciarlo dove qualcuno potesse leggerlo: i cartelli affissi sulle porte dei monasteri nel Cinquecento sono probabilmente il punto più antico di questa genealogia, il momento in cui la parola scritta smette di aspettare un lettore e comincia ad andarlo a cercare.
Il torchio e la parola che corre
È con l'invenzione della stampa a caratteri mobili, attribuita a Johannes Gutenberg a Magonza attorno al 1439, che il foglio smette di essere un'eccezione manoscritta e diventa un mezzo di massa. Le guerre di religione che insanguinano l'Europa nei due secoli successivi trovano nel torchio un alleato formidabile: il pamphlet — testo breve, economico, rapido da produrre e da distribuire — diventa entro la fine del Seicento il principale veicolo di opinione pubblica in Inghilterra, Paesi Bassi e Francia, alimentando anche la guerra civile inglese tra il 1642 e il 1651. Quello che colpisce, ripercorrendo questa storia, è la velocità con cui un oggetto pensato per la fede si converte in strumento di dissenso politico: nasce religioso e diventa civile, nasce per convincere del giusto e finisce per armare la rivolta.
Il pamphlet di Paine — quarantasette pagine, stampato a Filadelfia nel gennaio 1776 — è forse l'esempio più citato di come un foglio a basso costo possa spostare la storia: contribuì a preparare il terreno culturale per l'indipendenza americana, diventando uno dei testi politici più diffusi del secolo. Non è un caso isolato: nel corso dell'Ottocento i leaflet a stampa furono strumento essenziale della campagna abolizionista che portò, nel 1865, alla fine della tratta degli schiavi negli Stati Uniti, e agli inizi del Novecento lo stesso mezzo accompagnò le battaglie per l'istruzione femminile e il diritto di voto delle donne. Il volantino, in questa fase, è ancora prevalentemente un oggetto di persuasione lenta: cambia le idee di chi lo legge, non necessariamente le sue azioni immediate.
La carta come arma
Con il Novecento e le due guerre mondiali, il volantino smette di essere solo persuasione e diventa apertamente propaganda — e con essa, arma. Negli Stati Uniti, tra il 1916 e il 1918, furono realizzati oltre 2.500 progetti di manifesto e stampate circa venti milioni di copie: un apparato visivo mobilitato da tutte le parti in causa, con figure come Lenin, Hitler e Churchill che compresero, ciascuno a modo proprio, quanto un foglio stampato potesse valere quanto un esercito nel plasmare il consenso.
È in questo scenario che il volantino acquisisce una dimensione letteralmente aerea: nel corso del Novecento vengono sviluppati ordigni pensati appositamente per disperdere fogli di propaganda sul territorio nemico, trasformando il bombardamento in un atto comunicativo. I numeri, ripercorsi in retrospettiva, restano vertiginosi: circa sei miliardi di volantini lanciati sull'Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale, quaranta milioni sganciati dagli americani sul Giappone nel 1945, un miliardo durante la guerra di Corea, trentuno milioni durante la guerra in Iraq. Il volantino, in questi contesti, non convince più con l'argomentazione paziente di Paine: punta dritto alla paura, o alla resa.
Uno degli episodi più noti di questa storia parte, non a caso, da pochi chilometri da qui: il 9 agosto 1918 otto velivoli Ansaldo S.V.A. decollano dal campo di San Pelagio, vicino Padova, con a bordo Gabriele D'Annunzio, per quello che passerà alla storia come il "volo su Vienna". Sulla capitale austriaca vengono lanciati due volantini distinti: il primo, in italiano, scritto dallo stesso D'Annunzio nel suo stile magniloquente, stampato in 50.000 copie; il secondo, in tedesco, redatto dal giornalista e critico d'arte Ugo Ojetti — che nel 1925 sarà tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti — stampato in 350.000 copie. A differenza del testo di D'Annunzio, quello di Ojetti era volutamente sintetico e semplice nella forma, pensato fin dall'origine per essere tradotto in tedesco senza perdere efficacia: è la stessa lezione, in fondo, che vale per ogni comunicazione stampata destinata a un pubblico che non ha tempo né voglia di decifrare, e che qui si applica al più delicato dei compiti, convincere il nemico invece del proprio pubblico.
Dal fronte alla pista da ballo
Finita la guerra, il volantino torna a casa — e trova casa nella vita notturna. Nella seconda metà del Novecento il piccolo formato stampato smette gradualmente i toni cupi della propaganda e si converte in un linguaggio grafico autonomo, fatto di colori accesi, tipografie sperimentali e un uso disinvolto dell'immagine, per annunciare concerti, serate in discoteca, feste underground.
Il volume fotografico No Sleep: NYC Nightlife Flyers 1988–1999, curato dal DJ Adrian Bartos (in arte Stretch Armstrong) insieme all'archivista Evan Auerbach, ha restituito proprio questo capitolo: una storia per immagini della New York notturna di fine secolo raccontata attraverso i suoi volantini da club, oggi considerati veri e propri documenti di cultura visiva. L'ingresso della desktop publishing negli anni Novanta — sistemi di composizione ed editing accessibili anche fuori dalle tipografie professionali — moltiplicò ulteriormente questa produzione, rendendo il volantino uno strumento a disposizione di chiunque avesse un'idea e un budget minimo.
Oggi, ancora carta
Nell'epoca della comunicazione digitale, in cui la stessa funzione persuasiva può viaggiare via e-mail o social senza costi di stampa o distribuzione, il volantino di carta non è scomparso: resta uno strumento sorprendentemente efficace di marketing diretto, proprio per la sua fisicità — un oggetto che occupa una mano, non uno schermo tra tanti altri. Le specifiche tecniche restano quelle di sempre: un volantino da evento viene tipicamente stampato su cartoncino patinato da 300 g/m², mentre un leaflet più semplice si accontenta di una carta da 130 a 170 g/m². Poco, per fare molto — e sei secoli dopo Gutenberg, il principio non è cambiato: un foglio ben stampato, messo nelle mani giuste, resta uno degli strumenti di comunicazione più diretti che esistano.
Per approfondire
Per chi vuole approfondire proprio il filo che lega volantini, manifesti e propaganda nella storia della comunicazione, un testo utile è Campagne di guerra. 150 anni di comunicazione, pubblicità, propaganda di Giuseppe Mazza, che ricostruisce come le stesse tecniche persuasive abbiano attraversato pubblicità commerciale e propaganda bellica, dal volantino al manifesto, fino ai giorni nostri.
Lo sapevi che?
Durante la guerra di Corea, gli Stati Uniti misero a punto contenitori come l'M16A1 — derivati dalla stessa famiglia delle bombe a grappolo — riempiti non di esplosivo ma di volantini: un solo contenitore poteva disperdere fino a 22.500 fogli di propaganda sul territorio nemico. È forse l'immagine più estrema di questa storia: l'industria bellica che si mette al servizio della tipografia, e non il contrario.




