Sebastião Salgado, Exodus-Ecuador, 1982
Exodus: la soglia di ogni partenza
«Dobbiamo imparare un nuovo regime di convivenza.»
— Sebastião Salgado
Sei anni per attraversare il mondo
Per sei anni, a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, Sebastião Salgado ha percorso più di trentacinque paesi per documentare lo spostamento forzato di interi popoli. Non un reportage puntuale su una crisi, ma la costruzione paziente di un atlante del movimento umano: i profughi hutu nascosti nelle foreste del Ruanda, i kosovari in fuga verso l'Albania, i latinoamericani diretti verso gli Stati Uniti, gli ebrei in uscita dall'ex Unione Sovietica, fino alle prime imbarcazioni di migranti africani e arabi che tentavano la traversata del Mediterraneo. Il progetto nasce come Migrations nel 2000; nel 2016 TASCHEN lo ripubblica in questa edizione definitiva, con il titolo Exodus — e la coincidenza cronologica non è casuale: è l'anno in cui l'Europa, di fronte alle stesse immagini di barche sovraccariche sulle coste greche e italiane, riconosce come proprio un fenomeno che Salgado fotografava già da vent'anni altrove.
Il singolo dentro il numero
È qui che il lavoro di Salgado si distingue dal fotogiornalismo di cronaca: non insegue l'evento, cerca la persona dentro l'evento. Una gamba fasciata, un'impronta digitale su un modulo, l'interrogatorio a un posto di frontiera, un fagotto stretto al petto di una madre — il singolo caso non scompare mai dentro la statistica, per quanto la statistica sia enorme. Il bianco e nero, cifra stilistica di tutta la sua opera da Other Americas a Genesis, non è qui un vezzo estetico: è un modo per togliere il rumore del colore e restituire ai volti una dignità che la cronaca televisiva, con le sue folle indistinte inquadrate da lontano, tende sistematicamente a cancellare. Salgado non chiede allo spettatore di provare pietà, ma di riconoscersi — per quanto scomodo sia — come parte dello stesso sistema di squilibri che produce lo spostamento.
La soglia del mare
Tra le pagine di Exodus il mare non è mai sfondo. È soglia — l'unico varco possibile tra ciò che si lascia e ciò che ancora non si conosce. Le imbarcazioni sovraccariche che Salgado fotografa nel Mediterraneo restano, oggi, l'immagine più difficile da guardare del libro, perché quella traversata non è affatto un capitolo chiuso della cronaca dei primi anni Duemila: continua, sotto altre latitudini e altri nomi. Per un progetto editoriale che ha scelto il mare come propria cifra identitaria, Exodus è un promemoria necessario e scomodo: la calma del mare, quando esiste, non è un dato di natura ma un privilegio geografico. C'è chi il mare lo attraversa per scelta — per lavoro, per turismo, per contemplazione — e chi lo attraversa perché non ha altra scelta. Le due esperienze condividono l'acqua, non il significato.
Un lavoro rimasto aperto
Sebastião Salgado è morto nel 2025, a un anno di distanza da questa proposta editoriale — una circostanza che trasforma Exodus da testimonianza a eredità. Fondatore insieme alla moglie Lélia Wanick Salgado di Amazonas Images, l'agenzia che ha gestito in esclusiva la sua opera dal 1994, Salgado è stato anche promotore dell'Instituto Terra, il progetto brasiliano di riforestazione che ha restituito vita a una porzione di foresta atlantica devastata sulle terre di famiglia — la stessa etica di responsabilità che attraversa tutta la sua fotografia, dal paesaggio all'essere umano. Guardare oggi queste 432 pagine, quasi un quarto di secolo dopo la loro prima concezione, significa misurare quanto poco, nella sostanza, sia davvero cambiato — e quanto la fotografia documentaria, quando rifiuta la scorciatoia dell'indignazione facile, resti uno degli strumenti più lucidi per continuare a guardare.
Per approfondire
Per chi vuole risalire alla genesi del progetto, l'intera bibliografia di Sebastião Salgado → resta il punto di partenza migliore per collocare Exodus dentro un percorso che va da Other Americas a Genesis, fino agli ultimi lavori sull'Amazzonia.
Lo sapevi che?
Nel 2014 Wim Wenders — insieme al figlio di Salgado, Juliano Ribeiro Salgado — ha co-diretto Il sale della terra, documentario candidato all'Oscar che ricostruisce l'intera carriera del fotografo, compresi gli anni di lavorazione di Exodus: un ritratto in movimento che affianca bene la lettura di questo libro.





