Una tigre che ruggisce tra le nebbie del Po, una mietitura sotto il sole abruzzese, un omino rosso che vola sui tetti di Luzzara. Tre mondi pittorici lontanissimi per temperamento, che Radici mette per la prima volta in un unico sguardo.
Antonio Ligabue, nato a Zurigo e approdato nella Bassa Padana, dipinge la sopravvivenza con colori sontuosi e violenti. Annunziata Scipione, contadina di Azzinano di Tossicia, sotto il Gran Sasso, trasforma il lavoro dei campi e i riti della Valle Siciliana in un’epopea corale, luminosa e armonica. Cesare Zavattini, uomo di cinema e di parola, prende i pennelli nel 1938, e con ironia, scritte e figurine fa della pittura una pagina di diario.
Nel saggio che apre il volume, Silvia Pegoraro propone di leggere questo «triangolo irregolare» fuori dalla comoda etichetta di «arte naïf», che per decenni ha ridotto queste opere a folklore, ingenuità o reperto clinico. Il percorso passa attraverso cinque lenti:
- la microstoria e il paradigma indiziario di Carlo Ginzburg, dove un dettaglio, come una mosca sul volto, le mani enormi dei contadini o la finta goffaggine del segno, diventa una spia di un modo di vedere il mondo;
- la morfologia della fiaba di Propp, per cogliere la struttura narrativa che sta sotto le immagini: la lotta nelle giungle di Ligabue, il tempo sospeso di Annunziata, i «miracoli» di Zavattini;
- la psicologia analitica di Jung, con la tigre come Ombra, la Grande Madre abruzzese e la scrittura come ponte tra inconscio e coscienza;
- la filosofia di Deleuze, con il «fatto pittorico», il divenire-animale e lo spazio liscio, per mostrare tre pittori di forze più che di storie;
- il rapporto tra centro e periferia che Zavattini seppe rovesciare, fondando a Luzzara il Premio e poi il Museo dei Naïfs per dare casa a chi dipingeva per necessità interiore e non per mercato.
Ne esce un’idea diversa di «radici»: non nostalgia della terra, ma una genealogia alternativa dell’arte italiana, fatta di resistenza visiva, memoria collettiva e verità dello sguardo. Un libro per chi ama Ligabue e vuole guardarlo accanto a due compagni di strada insoliti, per chi non conosce ancora Annunziata Scipione, per chi riconosce in Zavattini molto più che lo sceneggiatore di Miracolo a Milano.
Gli artisti in breve
Nasce a Zurigo da Elisabetta Costa, emigrata dal Bellunese, ed è cresciuto da una coppia svizzero-tedesca. Il cognome gli viene dato dal marito della madre, Bonfiglio Laccabue, e poi da lui mutato in Ligabue. Espulso dalla Svizzera nel 1919, viene portato a Gualtieri, nella Bassa Reggiana, dove vive ai margini, nei boschi e nelle golene del Po. Nel 1928 incontra lo scultore Marino Mazzacurati e inizia a dipingere e scolpire con più continuità. Tra il 1937 e il 1945 è ricoverato tre volte a San Lazzaro, a Reggio Emilia. Nel dopoguerra la fama cresce, tra premi, documentari e la mostra del 1961 alla Galleria La Barcaccia di Roma. Colpito da paresi nel 1962, muore il 27 maggio 1965 al ricovero Carri di Gualtieri.
Ultima di sette figli di una famiglia contadina, frequenta la scuola solo fino alla terza elementare. Da bambina disegna col carbone sulla porta della stalla e modella la creta mentre custodisce il gregge. Sposata con Ettore Di Pasquale e madre di Piero, per anni disegna e scolpisce di nascosto. Nel 1968 realizza le prime sculture lignee, e tra il 1971 e il 1972 si dedica alla pittura a olio su tela. Dal 1973 espone, e al Premio dei Naïfs di Luzzara, dove Zavattini ammira il suo lavoro, il Museo acquista nel 1977-78 Essiccazione del granoturco. Le sue opere vengono mostrate in Italia, a Londra e a Parigi. Smette di dipingere nel 2010, ma continua a disegnare fino agli ultimi anni. La monografia Il fuoco della terra (Palumbi, 2019), a cura di Silvia Pegoraro, ne ha accompagnato le mostre di Pescara, Milano e Teramo.
Scrittore, sceneggiatore, giornalista, poeta, fumettista e pittore, esordisce a Milano con Parliamo tanto di me (1931). Con Vittorio De Sica firma capolavori del Neorealismo come Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano e Umberto D., e teorizza il «pedinamento» del reale. Dipinge da autodidatta dal 1938, e nel 1943 vince il premio «Scrittori che dipingono» della galleria del Cavallino. Nel 1967 fonda a Luzzara il Premio Nazionale dei Naïfs, da cui nasce il Museo Nazionale delle Arti Naïves, e dedica a Ligabue un poemetto, poi la sceneggiatura dello sceneggiato RAI del 1977. Muore a Roma il 13 ottobre 1989 ed è sepolto a Luzzara.

























































