Nel 1973 Orson Welles firmò F for Fake, un film-saggio sul falso, sull'autenticità e sulla messa in scena di sé — un'opera che è essa stessa un trucco di prestigio, capace di confondere documentario e finzione fino a renderli indistinguibili. Prendiamo in prestito quella F, ribaltandola: non più Fake ma Faces, i volti. Perché il ritratto fotografico condivide con il cinema di Welles la stessa ambiguità di fondo: ogni volto fissato sulla pellicola è insieme documento e costruzione, verità anagrafica e invenzione dello sguardo che lo cattura.
Cinque fotografi, cinque modi radicalmente diversi di affrontare la stessa domanda — chi è, davvero, la persona davanti all'obiettivo? — compongono questo piccolo atlante di volti d'autore.
Richard Avedon, il volto sotto pressione
Avedon porta il ritratto fuori dallo studio della moda senza mai abbandonarne il rigore formale: fondale bianco, luce piatta, nessun appiglio narrativo. Spogliato di ogni contesto, il soggetto resta solo con la propria espressione, e quella nudità — applicata indifferentemente a modelle, scrittori, capi di Stato — diventa il suo strumento di verità. Non racconta una storia: mette in scena l'attimo in cui la maschera sociale cede, anche solo per un fotogramma.
Richard Avedon (New York, 1923 – San Antonio, 2004)
Dagli anni '40 rivoluziona la fotografia di moda portando le modelle fuori dalle pose statiche, in ambientazioni reali. Parallelamente costruisce un corpus ritrattistico immenso, da attivisti per i diritti civili a capi di Stato, spesso tornando sullo stesso soggetto a distanza di anni per costruire vere "relazioni fotografiche".
Per approfondire: il catalogo Richard Avedon su Libreria Universitaria.

Diane Arbus, il volto come confessione
Dove Avedon cerca l'attimo di cedimento, Arbus cerca la soglia: i suoi soggetti — gemelli, nani, travestiti, famiglie della borghesia suburbana — sembrano già sapere di essere guardati, e restituiscono lo sguardo con una fissità che disturba. Non c'è compassione né giudizio nei suoi scatti, solo un'attenzione ostinata verso ciò che la fotografia "normale" preferisce non vedere. Il suo merito, e il suo scandalo, è aver dimostrato che ogni volto, se osservato abbastanza a lungo, rivela una stranezza irriducibile.
Diane Arbus (New York, 1923 – New York, 1971)
Allieva indiretta di Avedon, Walker Evans e Robert Frank, abbandona la fotografia di moda per documentare i margini di New York. Morta suicida nel 1971, la sua opera viene pubblicata postuma nella celebre monografia Aperture curata da Marvin Israel e dalla figlia Doon.
Per approfondire: Diane Arbus. An Aperture Monograph su Libreria Universitaria.

August Sander, il volto come tipo sociale
Negli anni '20 Sander concepisce un progetto tassonomico: fotografare i "tedeschi del XX secolo" suddivisi per mestiere e ceto, dal contadino al notaio, fino a comporre un atlante visivo della società di Weimar. Qui il volto individuale si fa esemplare di una categoria, senza per questo perdere la propria intensità: anzi, è proprio la posa compassata, quasi da documento, a restituire la dignità — e la fierezza — di ogni soggetto fotografato.
August Sander (Herdorf, 1876 – Colonia, 1964)
Considerato il padre della fotografia documentaria tedesca, lavora per decenni al progetto "Uomini del XX secolo". Parte della sua opera viene distrutta dal regime nazista, che vi legge una critica implicita alla società tedesca.
Per approfondire: August Sander su Libreria Universitaria.

Helmut Newton, il volto come provocazione
Con Newton il ritratto diventa messa in scena dichiarata: luce dura, ambientazioni teatrali, soggetti — quasi sempre donne — costruiti come personaggi di una narrazione mai del tutto esplicita. Non cerca la verità nascosta dietro la maschera, come Avedon, né la stranezza del reale, come Arbus: costruisce apertamente una finzione, e proprio in quella dichiarata artificiosità trova una forma di onestà. Il falso, qui, è il soggetto stesso del lavoro — la connessione più diretta con Welles di tutto questo percorso.
Helmut Newton (Berlino, 1920 – Los Angeles, 2004)
Fugge dalla Germania nazista nel 1938, lavora a lungo per Vogue France e diventa una delle figure più controverse della fotografia del '900, celebre per il monumentale volume SUMO, tra i libri fotografici più costosi mai pubblicati.
Per approfondire: Helmut Newton su Libreria Universitaria.

Shirin Neshat, il volto come atto politico
In Neshat il ritratto non separa mai l'individuo dalla storia che lo attraversa: il volto diventa superficie su cui si scrive, letteralmente, un conflitto identitario e politico. La sua immagine di Malala Yousafzai — giovane, ferita, e proprio per questo simbolo — si inserisce in una pratica che da sempre lavora sul corpo femminile come campo di battaglia tra individualità e imposizione culturale, tra sguardo personale e narrazione collettiva. Non è un ritratto che cerca la verità intima del soggetto, come Avedon, né la sua stranezza, come Arbus: è un ritratto che rende visibile, attraverso un volto singolo, una condizione condivisa da migliaia di altri.
Shirin Neshat (Qazvin, 1957)
Artista visiva, fotografa e regista iraniana, si trasferisce negli Stati Uniti per studiare arte poco prima della rivoluzione del 1979. Le serie fotografiche Unveiling e Women of Allah (1993-1997), con corpi velati ricoperti di calligrafia persiana, la impongono sulla scena internazionale. Vince il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia nel 1999 e il Leone d'Argento per la regia nel 2009.
Per approfondire: Shirin Neshat su Libreria Universitaria.

Annie Leibovitz, il volto come icona contemporanea
Erede sia di Avedon sia di Newton, Leibovitz porta il ritratto concettuale nell'era della celebrità globale: ogni scatto è una piccola produzione cinematografica, costruita attorno a un'idea narrativa del soggetto — non chi è, ma chi rappresenta nell'immaginario collettivo. Da John Lennon nudo abbracciato a Yoko Ono vestita fino ai ritratti istituzionali per Vanity Fair, il suo lavoro mostra quanto, nell'epoca dei media, il confine fra ritratto e costruzione di un'immagine pubblica sia ormai del tutto poroso.
Annie Leibovitz (Waterbury, 1949)
Inizia negli anni '70 come fotografa di Rolling Stone, poi diventa direttrice della fotografia per Vanity Fair. La sua carriera attraversa quasi cinquant'anni, dal rock and roll ai ritratti di Stato.
Per approfondire: il catalogo Annie Leibovitz su Libreria Universitaria.

Sei modi di rispondere alla stessa domanda, sei gradi diversi di sincerità dichiarata: dalla nudità formale di Avedon alla confessione involontaria di Arbus, dal censimento sociale di Sander alla finzione esibita di Newton, fino alla costruzione iconica di Leibovitz. Forse, come insegnava Welles, la domanda giusta non è "questo volto dice la verità?", ma "quale verità sceglie di mostrarci, e quale nasconde nel farlo?".
F like Faces è un articolo su calmadimare.it dedicato al ritratto nella fotografia d’autore, con riferimento al film F for Fake di Orson Welles. Analizza il lavoro ritrattistico di sei fotografi: Richard Avedon, Diane Arbus, August Sander, Helmut Newton, Shirin Neshat e Annie Leibovitz, esplorando il rapporto tra verità documentaria e costruzione dell’immagine nel ritratto fotografico del Novecento e contemporaneo, dalla fotografia di moda al documentario sociale fino al ritratto come dispositivo politico e identitario. Questo articolo rappresenta un’importante riflessione su come si possa interpretare il tema F like Face nel contesto della fotografia moderna e l’importanza del ritratto nella nostra società.




