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La bambina è cresciuta

ermes Giugno 5, 2026
Ragazza con capelli lunghi e disegni persepolis marjane satrapi

C'è un disegno in bianco e nero — una bambina con i capelli ricci e un cappotto troppo grande, ferma davanti a un muro di mattoni — che ha cambiato per sempre il modo in cui il mondo ha guardato l'Iran. Non attraverso i telegiornali, non attraverso i reportage diplomatici, ma attraverso una vignetta. Attraverso la voce di una figlia, il ricordo di uno zio giustiziato, l'odore di una cucina a Teheran. Persepolis è questo: una finestra aperta su un paese che l'Occidente credeva di conoscere e non conosceva affatto.

La sua autrice, Marjane Satrapi, è morta il 4 giugno 2026 a Parigi, a 56 anni. La famiglia ha comunicato la notizia con una frase che vale quanto un'epigrafe: «Marjane è morta di dolore, poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita». Una vita intera trascorsa a raccontare gli strappi del mondo, conclusa da uno strappo tutto interiore, definitivo.

Una bambina, una rivoluzione

Marjane Satrapi nacque il 22 novembre 1969 a Rasht e crebbe a Teheran, in una famiglia colta, laica, profondamente curiosa del mondo. I genitori avevano ideali cosmopoliti; la nonna, che avrebbe avuto un ruolo centrale in Persepolis, era una donna di rara intelligenza e apertura. Era una famiglia che leggeva, discuteva, si batteva per la giustizia.

Poi, nel 1979, arrivò la rivoluzione khomeinista. Marjane aveva nove anni. La storia che tutti credevano fosse una promessa di libertà si trasformò rapidamente in un nuovo regime, più rigido e violento del precedente. Il velo diventò obbligatorio. Gli amici di famiglia sparirono nelle prigioni o davanti ai plotoni di esecuzione. La guerra con l'Iraq portò alle porte di casa i bombardamenti e i morti. Crescere in quell'Iran significava imparare presto che la verità costava cara.

Per proteggerla, i genitori decisero di mandarla in Austria, al liceo francese di Vienna. Fu il primo di una serie di esili. E fu lì, nella solitudine di una città straniera, che Marjane cominciò a costruire quella voce — ironica, tenera, spietata — che avrebbe poi dato vita a uno dei fumetti più importanti del Ventunesimo secolo.

Ragazza con capelli lunghi e disegni persepolis marjane satrapi

Il fumetto che non avrebbe dovuto esistere

Quando Satrapi arrivò a Parigi nel 1994, dopo la laurea in arte all'Università di Teheran e un matrimonio concluso, non aveva mai letto un fumetto per intero. Da bambina i genitori le avevano regalato qualche numero di Tintin, ma li aveva trovati distanti, incapaci di parlarle. I fumetti, in Iran, erano quasi sempre propaganda o barzellette.

A Parigi, però, le cose cambiarono. Affittò uno studio con due fumettisti, che notarono la sua capacità di disegnare e — soprattutto — di raccontare. La incoraggiarono a ibridare i due linguaggi. Satrapi era scettica: non pensava di avere la pazienza necessaria per aspettare mesi prima di vedere un libro finito. Alla fine si convinse. E da quella riluttanza nacque Persepolis.

Il primo volume uscì nel 2000 per L'Association, piccola casa editrice indipendente parigina. Gli altri tre volumi seguirono fino al 2004. La storia era quella di Marjane stessa: l'infanzia a Teheran, la rivoluzione, la fuga in Europa, il ritorno in Iran, il secondo esilio definitivo. Una vita raccontata in vignette in bianco e nero, con un tratto minimale, quasi naïf, che conteneva però una complessità emotiva devastante.

L'ispirazione estetica era lontana dalle bande dessinée tradizionali. Satrapi citava Maus di Art Spiegelman come riferimento imprescindibile — il fumetto che nel 1992 aveva vinto il Premio Pulitzer raccontando l'Olocausto attraverso topi e gatti. Ma nel suo immaginario convivevano anche il neorealismo italiano, l'espressionismo tedesco e il ritmo convulso di Quei bravi ragazzi di Scorsese. Aveva imparato l'arte guardando il cinema. E si vedeva.

Il bianco e il nero di un'identità

La scelta del bianco e nero in Persepolis non era una limitazione tecnica, ma una dichiarazione poetica. Il contrasto netto tra le campiture nere e i vuoti bianchi rispecchiava il tipo di storia che Satrapi voleva raccontare: una storia di confini, di dentro e fuori, di luce strappata al buio. La sua linea essenziale smorzava la tragicità degli eventi senza tradirla — permetteva all'orrore di arrivare senza sopraffazione, lasciando spazio al respiro, all'umorismo, alla tenerezza.

La protagonista era disegnata come una bambina dalle forme rotonde, partendo dalle fotografie dell'infanzia reale. Per renderla indimenticabile, Satrapi accentuò un dettaglio fisico: il neo sul lato destro del naso, sempre in bella vista. Un piccolo segno che divenne emblema della sua identità irriducibile, uno dei personaggi più riconoscibili del fumetto europeo.

Intorno a lei, una galleria di figure memorabili: il nonno, ex principe imperiale convertito al marxismo con nobile incongruenza; la nonna saggia e aperta, che la esortava a diventare femminista e consapevole delle proprie forze; lo zio Anouche, eroe rivoluzionario marxista imprigionato e poi giustiziato dal regime — uno dei personaggi più amati del fumetto, cardine della formazione politica della piccola Marjane.

Satrapi dedicò molta cura al ritmo della narrazione. Smorzava la gravità degli eventi con momenti di umorismo secco, non sovraccaricava le vignette di dettagli né i balloon di testo, dava alle tavole dinamicità e respiro. Era un'arte della misura — come quella dei grandi scrittori che raccontano le guerre senza mai perdere il filo dell'umano.

L'Iran che l'Europa non sapeva vedere

Uno degli aspetti più rivoluzionari di Persepolis era la sua capacità di correggere lo sguardo. L'Europa degli anni Duemila conosceva l'Iran attraverso la lente distorta della geopolitica: terrorismo, fondamentalismo, armi. Satrapi portava qualcosa di radicalmente diverso — un paese fatto di famiglie colte, di ragazzi che ascoltavano gli Iron Maiden di nascosto, di donne che si truccavano sotto il velo, di intellettuali che resistevano non con le armi ma con la memoria e l'ironia.

Non perdeva mai occasione per raccontare la profondità della società civile iraniana, la sua apertura, il suo desiderio di libertà. Nell'introduzione dell'edizione italiana di Persepolis scrisse: «Credo che non si possa giudicare una nazione intera per gli errori di pochi estremisti». Era una posizione politica precisa, espressa senza ideologia ma con la forza dell'esperienza vissuta.

Conosceva bene entrambi i mondi: aveva trascorso gli anni delle superiori in Austria, era cresciuta ascoltando gli Abba e nutrendo una passione divorante per il cinema americano. Ma non si lasciava assimilare completamente — restava orgogliosamente iraniana, con tutto ciò che questo significava in termini di radici, memoria, lutto. Era un equilibrio raro e fertile, che Persepolis portava sulla pagina con naturalezza.

È semplice: credo davvero nelle brave persone. Quelle cattive sono davvero pazze, completamente fuori di testa, e il problema è che non servono molti pazzi per mandare tutto a rotoli.
Ritratto in bianco e nero di donna marjane satrapi persepolis
— Marjane Satrapi
intervista a The Believer, 2006

Un successo che cambiò il mercato

Persepolis ottenne un successo immediato in Francia, ma la sua influenza divenne globale quando venne distribuito in volume unico negli Stati Uniti e in Europa. Il fumetto trasformò L'Association in una delle case editrici più importanti del continente, convinse gli editori a investire su opere più profonde e meno disimpegnate, e aprì la strada al graphic journalism d'autore in tutto il mondo.

Nel 2007 arrivò il film d'animazione, diretto da Satrapi insieme a Vincent Paronnaud. Fedele all'estetica del fumetto originale ma arricchito di scene create appositamente per il cinema, vinse il Premio della Giuria al Festival di Cannes e ottenne una nomination agli Oscar come Miglior film straniero — consacrando definitivamente il nome di Satrapi nel panorama culturale internazionale.

Seguirono altre opere notevoli: Ricami (2003), ritratto ironico delle confidenze tra donne iraniane; Pollo alle prugne (2004), storia malinconica di un musicista che decide di lasciarsi morire dopo che la moglie ha rotto il suo strumento — premiato ad Angoulême e poi anch'esso diventato un film; Taglia e cuci (2009), che decostruisce il meccanismo narrativo delle soap opera raccontando un pomeriggio tra le donne di famiglia. E infine, nel 2023, Donna, vita, libertà, dedicato alla morte di Mahsa Amini e alla rivolta delle donne iraniane. Come regista cinematografica girò anche Radioactive (2019), biopic sulla scienziata Marie Curie.

persepolis le foulard marjane satrapi
persepolis le foulard marjane satrapi

Morta di dolore, viva per sempre

Gli ultimi mesi di Satrapi erano stati segnati da un dolore che non ammetteva consolazioni. Il marito Mattias Ripa — attore, sceneggiatore, produttore, compagno di vita e di lavoro — era morto nell'aprile del 2025, a 53 anni. Marjane aveva trasformato il suo profilo Instagram in un diario del lutto: aveva cancellato i vecchi contenuti e lasciato soltanto pochi post dedicati a lui, culminati in una frase composta da otto immagini consecutive: For. I. Lost. The. Love. Of. My. Life.

Un'amica, la sociologa Azadeh Kian, l'aveva descritta così negli ultimi mesi: «Era molto malata e non era più la stessa. Si è lasciata morire dopo la morte del marito che adorava. Mi diceva: "Smetto di lottare, voglio andarmene"». C'è qualcosa di profondamente coerente, quasi narrativo, in questa fine. Satrapi aveva trascorso tutta la vita a raccontare come le persone portino i grandi strappi della storia nei corpi, nelle relazioni, nei sogni. Alla fine, uno strappo tutto suo l'ha portata via.

Per anni aveva sofferto di essere ridotta soltanto alla bambina di Persepolis. «Ogni volta mi dicevano: "Ma noi vogliamo la bambina". E io rispondevo: "La bambina è cresciuta"», raccontò in un'intervista al Guardian nel 2024. Era cresciuta, sì. Aveva scritto altri libri, diretto altri film, percorso altre strade. Ma Persepolis era ormai qualcosa che apparteneva al mondo — non più soltanto a lei.

Perché leggere Persepolis oggi

Perché certe storie non invecchiano — diventano più nitide. In un tempo in cui l'Iran torna ciclicamente a riempire le prime pagine, in cui le donne iraniane scendono in piazza rischiando la vita, in cui la distanza culturale tra Oriente e Occidente sembra colmarsi e allargarsi all'infinito, Persepolis resta un testo fondamentale. Non perché spieghi la geopolitica — non è quello il suo compito — ma perché mostra le persone dentro la storia. I corpi, i volti, le paure, gli amori, i piccoli atti di resistenza quotidiana.

È un libro che si legge in poche ore e che resta per anni. Che parla di dittatura e di esilio con lo stesso registro con cui parla di adolescenza e di primi amori. Che riesce nell'impresa rara di far sentire il lettore europeo straniero nel proprio sguardo — di mostrargli quanto poco sapesse, e quanto sia possibile imparare se si è disposti a stare dentro una vignetta senza giudicare.

Leggere Persepolis oggi è anche un atto di memoria nei confronti di Satrapi. Un modo per tenerla in vita — non la bambina dai capelli ricci, ma la donna intera: curiosa, feroce, malinconica, ironica, libera fino in fondo.

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Marjane Satrapi ha lasciato il segno nel modo in cui solo i grandi narratori riescono a fare: non imponendo una lettura del mondo, ma aprendo una finestra e dicendo — guarda. Quello che hai visto adesso è tuo. La bambina è cresciuta. L'opera è rimasta.

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