
C'è un quartiere di Padova dove la storia del Novecento ha lasciato segni profondi e spesso silenziosi: Chiesanuova, Brusegana, Cave, S. Stefano, Montà, S. Ignazio. Strade e muri di caserme che custodiscono memorie di guerra, di Resistenza, di deportazione, di martirio.
Per anni un piccolo gruppo di cittadini ha percorso quei luoghi ogni 25 aprile, fermandosi davanti a cippi e lapidi, cercando di non lasciare che il silenzio prendesse il sopravvento. Da quella pratica collettiva è nato un libro: Per non dimenticare. Padova, itinerario della memoria da Chiesanuova a Brusegana, curato da Anna Daminato, Cristina Piva, Gianni Berno, Floriana Rizzetto e Franca Cecchinato per il Comitato cittadini «Itinerario della Memoria Padova Ovest», pubblicato da Turato Edizioni di Mestrino (PD) con il patrocinio dell'A.N.P.I. di Padova.
La seconda edizione — aggiornata e ampliata — è uscita nel maggio 2026, a dieci anni dalla prima. Contiene nuovi capitoli che portano la ricerca storica fino ai giorni nostri, inclusa la storia stratificata del campo di concentramento di Chiesanuova strappata all'oblio grazie a un lavoro di documentazione instancabile.

L'itinerario: luoghi che parlano
Il libro nasce letteralmente da una passeggiata. Ogni anno, una piccola delegazione si riunisce per compiere un itinerario che tocca i luoghi più significativi del quartiere legati alla Resistenza e alle guerre. Il punto di partenza ideale è via VII Martiri, così rinominata in memoria di quanto accadde il 9 dicembre 1944.
Cinque partigiani — Fernando Calamelli, Orlando Semenzin, Carlo Spatola, Arturo Zaccaron e Massimo Marazzato — furono impiccati ad alberi della strada come rappresaglia per l'uccisione di un soldato tedesco. Erano giovani, di età compresa tra i 21 e i 34 anni, prelevati dal carcere di Venezia. Non venne loro concessa nessuna assistenza religiosa.
Il parroco di Chiesanuova, don Ettore Silvestri, recuperò i loro corpi a notte fonda e li portò al Cimitero Maggiore. Per questo gesto di pietà fu minacciato e schiaffeggiato dai tedeschi il giorno dopo.
I cinque impiccati di via VII Martiri — 9 dicembre 1944
- Fernando Calamelli «Gory», 34 anni — Massalombarda (RA)
- Orlando Semenzin «Orlando», 34 anni — Volpago del Montello (TV)
- Carlo Spatola «Cloridano» — Paceco (TP)
- Arturo Zaccaron «Giove», 24 anni — Sernaglia della Battaglia (TV)
- Massimo Marazzato, 21 anni — Trebaseleghe (PD)



L'itinerario prosegue alla Caserma Pierobon, dove il 17 agosto 1944 fu fucilato Luigi Pierobon, ventitreenne studente universitario e comandante partigiano della Brigata Stella, insieme ad altri sei compagni. Un monumento ne ricorda il sacrificio lungo il muro perimetrale della caserma, visitabile durante le celebrations ufficiali.
Non lontano si trova la Caserma Romagnoli, già campo di concentramento per internati civili iugoslavi: sloveni, croati, serbi — contadini, braccianti, studenti — strappati alle loro terre dall'occupazione fascista della Jugoslavia. Tra il 1942 e il 1943 vi transitarono circa 10.500 persone. Settantadue di loro morirono di fame, malattia e stenti.
La tappa finale, nel piccolo cimitero di via della Biscia, è il Padua War Cemetery: 517 caduti del Commonwealth — marinai, soldati e aviatori di 18-40 anni — sepolti lontani dalla loro patria. Un luogo di rara pace, dove i canti degli uccelli coprono i rumori della città vicina.
Le voci dei testimoni
Il cuore più intimo del volume è fatto di voci. Tre testimoni in particolare hanno consegnato ai curatori i propri ricordi: Maria Benetti, Elio Maccato e Tatiana Speranza Calamelli.
Maria Benetti, nata nel 1929 a Cadoneghe e cresciuta a Brusegana in una famiglia di convinti antifascisti, racconta con semplicità e forza la propria infanzia segnata dalla guerra. Fu lei, il 9 dicembre 1944, a trovarsi per caso sul luogo delle impiccagioni: aveva visto le camionette tedesche e si era avvicinata per curiosità insieme a un'amica. Quello che vide — cinque uomini appesi agli alberi, uno senza scarpe con i calzini bianchi — non l'ha mai lasciata.
«E questa è stata la disgrazia più grande che colpì la mia famiglia in tempo di guerra.» — Maria Benetti, testimonianza raccolta dai curatori
Elio Maccato, ex assessore comunale, ricostruisce con precisione quasi cinematografica il tessuto di una comunità contadina alle porte di Padova: le partenze strazianti dei treni militari dalla stazione di Campo di Marte, i prigionieri iugoslavi che tentavano la fuga, i bombardamenti sempre più devastanti, i rastrellamenti notturni. La sua voce intreccia la piccola storia personale con la grande storia collettiva, restituendo al quartiere la profondità di un palcoscenico.
Tatiana Speranza Calamelli è figlia di Fernando Calamelli, uno dei cinque impiccati di via VII Martiri. Aveva appena tre mesi quando il padre fu arrestato, e non l'ha mai conosciuto. La sua testimonianza è un documento di straordinaria intensità: le parole della madre, l'unica fotografia che la ritrae tra le braccia di quell'uomo, il nome «Speranza» scelto all'anagrafe quando «Tatiana» fu rifiutato perché troppo russo.

Padre Placido Cortese: un frate tra i perseguitati
Figura centrale del volume è padre Placido Cortese (1907–1944), frate minore conventuale della Basilica del Santo di Padova, direttore del Messaggero di Sant'Antonio. Quando la caserma Sud diventa campo di concentramento, padre Cortese attraversa la città in bicicletta per portare ai prigionieri iugoslavi cibo, vestiti, lettere dei familiari nascosti sotto il saio. Parla la loro lingua — è istriano — e diventa per molti di loro un'ancora di salvezza.

Dopo l'8 settembre 1943, la sua attività si trasforma in vera e propria rete clandestina: aiuta ebrei a sfuggire allo sterminio, procura documenti falsi usando i macchinari tipografici del Messaggero, organizza espatri in Svizzera, soccorre soldati alleati evasi dai campi di prigionia. Gli appuntamenti con i collaboratori avvengono al confessionale in codice:
«Padre… ci sono 12 scope…» «…padre avrei bisogno di 5 uova e 3 chili di farina…» — Il codice segreto usato dai collaboratori al confessionale della Basilica del Santo
E padre Placido capiva: 12 persone da aiutare, 5 o 3 da portare in Svizzera, documenti e denaro da trovare. Nonostante le pressioni di confratelli e autorità religiose, non lascia Padova. Arrestato dalla Gestapo nell'ottobre 1944, scompare. Di lui non si saprà mai con certezza il luogo e il modo della morte. È in corso la sua causa di beatificazione.



Una memoria da costruire, insieme
Per non dimenticare non è un libro di storici di mestiere, anche se non manca di rigore documentale. È un atto civico: il risultato di anni di lavoro volontario di un gruppo di cittadini convinti che la memoria non sia un peso del passato ma una responsabilità verso il futuro.
Il volume raccoglie documenti originali — relazioni del Questore, editti del Podestà, cronache parrocchiali — accanto alle testimonianze orali, alle fotografie d'archivio, alle riflessioni su cosa significhi abitare luoghi dove è accaduta la storia. La seconda edizione del 2026 aggiunge nuovi capitoli sull'impegno decennale per mantenere tracce di memoria del campo di Chiesanuova, e una ricostruzione storica stratificata basata su fonti primarie e secondarie.
I curatori auspicano che nell'area dell'ex Caserma Romagnoli — ora dismessa e oggetto di un progetto di rigenerazione urbana — possa trovare spazio un museo della memoria: un luogo dove la storia del campo di concentramento, la figura di padre Placido Cortese e le vite dei tanti che vi sono passati possano continuare a parlare alle generazioni future.
Scheda editoriale
Disponibile su calmadimare.it e su graficheturato.it · Con il patrocinio di A.N.P.I. Padova





