«Oggi più che mai, sento che il genere umano è uno. Vi sono differenze di colore, di lingua, di cultura e di opportunità, ma i sentimenti e le reazioni di tutte le persone si somigliano. Noi abbiamo in mano la chiave del futuro dell’umanità, ma dobbiamo capire il presente. Queste fotografie mostrano una porzione del nostro presente. Non possiamo permetterci di guardare dall’altra parte.»
— Sebastião Salgado
C’è un momento, in ogni fotografia di questo libro, in cui la Storia con la maiuscola si ritira e lascia il posto a una persona sola: una gamba fasciata, un fagotto stretto al petto, uno sguardo che sostiene l’obiettivo senza chiedere compassione.«Exodus» è il tentativo — riuscito, e per questo doloroso — di guardare il fenomeno migratorio senza mai perdere di vista chi lo attraversa.Salgado non fotografa un evento: fotografa un varco. Il confine, il molo, la frontiera, la barca — luoghi che nell’universo calmadimare tornano sempre come soglie, spazi di passaggio tra ciò che si è stati e ciò che si sta per diventare. Qui quella soglia ha il peso reale di chi non sceglie di attraversarla. Il bianco e nero, cifra di tutta l’opera di Salgado, non addolcisce: sottrae il rumore per lasciare solo l’essenziale — il volto, il gesto, la dignità che resiste.
Un libro da tenere in libreria non per consultarlo, ma per lasciarlo interrogare, di tanto in tanto, la propria idea di confine.
Un’opera che rappresenta un’importante riflessione sul tema della migrazione: ‘Sebastião Salgado. Exodus • Taschen XL’.








































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