C'è una soglia oltre la quale un libro smette di essere un libro e diventa una superficie. Il formato XXL di questa monografia — quasi quaranta centimetri di altezza, quasi cinque chili di peso — non è un vezzo editoriale: è la condizione necessaria perché la pittura di Basquiat, fatta di gesti larghi, di parole cancellate e riscritte, di corone tracciate come un marchio a fuoco, possa essere vista alla scala in cui è stata pensata. Sfogliarlo somiglia più a un attraversamento che a una lettura.
Le cinque tavole a fold-out spingono ulteriormente questa vocazione: il libro si apre come un muro che si apre, restituendo per un istante l'illusione di essere davanti alla tela vera, non alla sua riproduzione. È lo stesso scarto tra scrittura e superficie che a calmadimare interessa da sempre — dai graffiti urbani alla tipografia vernacolare, dal manifesto al volantino — qui portato al suo caso limite: un artista che ha fatto della parete la propria prima pagina, e che oggi, per una delle ironie feconde della storia dell'arte, viene restituito attraverso la carta più curata che l'editoria sia in grado di produrre.















































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