William Blake, The First Book of Urizen, tavole 2, 7 e 18 (1794). Incisione e acquerello a mano, testo e immagine impressi dalla stessa lastra. Immagini di pubblico dominio.
Libro d'artista: la stampa come opera d'arte
Un livre ne commence ni ne finit : tout au plus fait-il semblant. Stéphane Mallarmé, Le Livre, instrument spirituel, 1895
Nel 1895 Mallarmé scrive che un libro non comincia né finisce davvero: al massimo, finge di farlo. È una frase che sembra un paradosso e invece è una definizione — forse la più precisa mai scritta sul libro d'artista, anche se il termine, all'epoca, non esisteva ancora. Perché quello che Mallarmé sta descrivendo non è un contenuto racchiuso tra due copertine, ma uno spazio: un luogo dove il bianco della pagina, il ritmo delle righe, il peso della carta smettono di essere supporto e diventano significato.
Storia. Da Blake a Ruscha, breve genealogia di un'idea
Prima che qualcuno inventasse l'espressione livre d'artiste, un uomo a Londra stava già facendo, da solo, tutto il lavoro che quell'espressione avrebbe poi nominato. Alla fine del Settecento William Blake incide su lastre di rame testo e immagine insieme, nello stesso gesto, poi colora a mano ogni copia dei suoi libri profetici. Non illustra i propri versi: li fa nascere nello stesso momento, sulla stessa superficie. Nessuna copia è identica a un'altra. È, probabilmente, il primo vero libro d'artista della storia moderna, anche se nessuno lo chiamerà così per altri cento anni.
Il termine arriva a Parigi a cavallo tra Otto e Novecento, e arriva insieme a un editore preciso: Ambroise Vollard, mercante d'arte prima ancora che editore, che nel 1900 pubblica Parallèlement di Verlaine con le litografie di Bonnard — non illustrazioni accostate al testo, ma immagini che corrono dentro la pagina, tra le righe, come se il disegno respirasse con la poesia. Da lì Vollard costruisce un intero catalogo di libri-oggetto con Picasso, Rouault, Chagall; la linea arriva fino al 1947, quando Matisse compone Jazz interamente a colori ritagliati e stampati al pochoir — un libro che è, letteralmente, un quadro rilegato.


Nel frattempo le avanguardie del primo Novecento portano l'idea a un'estremità opposta e più radicale: il libro come oggetto fisico da smontare. Nel 1927 Fortunato Depero pubblica Depero Futurista, rilegato non con la cucitura ma con due bulloni industriali — il "libro bullonato" che si può sfogliare in qualunque ordine, che rifiuta apertamente l'idea stessa di sequenza. È un gesto che dice, con vent'anni di anticipo, quello che l'arte concettuale dirà negli anni Sessanta: il libro non è un contenitore neutro di significato, è un sistema con delle regole, e quelle regole si possono rompere.

La rottura definitiva arriva in America, e arriva in direzione opposta al lusso bibliofilo di Vollard. Nel 1963 Ed Ruscha pubblica Twentysix Gasoline Stations: fotografie di distributori di benzina lungo la Route 66, stampa offset economica, tiratura pensata per essere ampia e accessibile, non rara e preziosa. Da qui in avanti si parla in inglese di artist's book, distinto per statuto dal livre d'artiste francese: non più un multiplo da collezione, ma un multiplo democratico — un'opera che si compra come si compra un libro qualunque, e che proprio in questo trova la sua radicalità.

Due tradizioni, due idee di libro d'artista: quella che nobilita l'oggetto fino a renderlo unico e quella che lo moltiplica fino a renderlo ordinario. Oggi convivono entrambe, spesso nello stesso lavoro.
Cos'è, davvero, un libro d'artista
Un libro d'artista non è un libro su un'opera — non è un catalogo, non è un volume illustrato. È un'opera concepita fin dall'inizio nella forma del libro, e solo in quella forma può esistere davvero. Se lo si smontasse — se si separassero le pagine, si isolasse il testo dall'immagine, si estraesse una tavola dal suo contesto — l'opera cesserebbe di funzionare, perché il significato non abita in nessuna delle parti singolarmente, ma nella loro sequenza, nel loro ritmo, nel tempo che serve a sfogliarle.
È una differenza sottile ma decisiva rispetto a qualsiasi altro oggetto editoriale: nel libro d'artista la struttura del libro — apertura, pagina, voltata, chiusura — è parte del linguaggio esattamente quanto lo sono le parole o le immagini che contiene.
La differenza con un libro tradizionale
Un libro tradizionale trasmette un contenuto: lo si può riassumere, tradurre, trascrivere in un altro formato senza perdere l'essenziale. Un catalogo documenta un'opera che esiste altrove, in una mostra, in uno studio, su una parete. Il libro d'artista, al contrario, genera l'opera nell'atto stesso della sua realizzazione tipografica: non esiste una versione "originale" da cui il libro sarebbe una copia. Il libro è l'originale.
Materia e scelta: il cuore del progetto
In un libro d'artista nulla è accessorio, perché ogni scelta materiale è già una scelta di significato. La carta non è un supporto neutro: assorbe l'inchiostro in modo diverso a seconda della grammatura e della grana, riflette la luce, resiste — o cede — al tempo. La tecnica di stampa definisce il tono visivo dell'intera opera prima ancora che intervenga il disegno: una xilografia racconta un'idea diversa da una litografia, e una litografia racconta un'idea diversa da un pochoir dipinto a mano, come nel Jazz di Matisse. La rilegatura, infine, determina il tempo della lettura — se il libro si apre piano o di scatto, se le pagine restano ferme o si richiudono da sole — e persino il bianco della pagina, il margine lasciato vuoto, è una decisione, non un'assenza.
Perché, oggi
Viviamo in un tempo che tende alla smaterializzazione: il testo scorre su uno schermo, l'immagine si comprime in un file, tutto si sposta e si duplica senza peso e senza attrito. In questo contesto il libro d'artista non è un gesto nostalgico — non è il rifiuto del digitale in nome di un passato migliore. È, piuttosto, un'altra forma di precisione: la scelta deliberata di restituire peso, resistenza, presenza fisica a qualcosa che potrebbe benissimo esistere senza. Non tutti i contenuti hanno bisogno di un corpo. Il libro d'artista è la dichiarazione che, per certe opere, il corpo è il contenuto.
Lo sapevi che?
Il Depero Futurista di Fortunato Depero (1927) è passato alla storia come "il libro bullonato": la rilegatura tradizionale è sostituita da due bulloni industriali che tengono insieme le pagine e permettono di sfogliarle in qualsiasi ordine — un rifiuto letterale della sequenza lineare, vent'anni prima che l'arte concettuale ne facesse un tema centrale.
FAQ
Che cos'è, in sintesi, un libro d'artista?
Un'opera concepita fin dall'origine nella forma del libro, in cui ogni elemento materiale — carta, stampa, rilegatura — concorre al significato tanto quanto il testo o l'immagine.
Qual è la differenza tra "livre d'artiste" e "artist's book"?
Il primo, nato a Parigi con Vollard, è tipicamente un multiplo raffinato e a tiratura limitata; il secondo, nato in America con Ruscha, è pensato come oggetto democratico e riproducibile. Oggi i due modelli spesso si mescolano.
È sempre fatto interamente a mano?
No: include spesso lavorazioni artigianali, ma può nascere anche da tecniche di stampa industriali, purché la forma libro sia parte integrante del progetto e non un semplice contenitore.
Quante copie ha di solito un libro d'artista?
Dipende dalla tradizione a cui appartiene: nel filone del livre d'artiste parigino le tirature restano volutamente ridotte, spesso poche decine o centinaia di esemplari numerati; nella linea aperta da Ruscha, invece, la tiratura può essere ampia, perché la democraticità dell'oggetto fa parte del suo significato.
Chi può realizzare un libro d'artista, serve essere un artista affermato?
No: il libro d'artista non è definito dalla fama di chi lo firma, ma dalla coerenza del progetto — dalla scelta di pensare fin dall'inizio testo, immagine e materia come un unico gesto. È un percorso aperto tanto a un autore affermato quanto a un illustratore, un fotografo o un piccolo editore indipendente al primo lavoro.
Il libro d'artista non si consuma nella lettura. Si deposita — nella memoria, sullo scaffale, nel tempo che ci vuole per tornarci sopra.
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