La misura dell’ombra: abitare la ferita in Un’emozione chiamata dolore
C’è un momento preciso, nella geografia interiore di ognuno di noi, in cui il dolore smette di essere un intruso da scacciare e diventa, semplicemente, il paesaggio in cui camminiamo. Non è un’arresa, badate bene. È piuttosto quel tipo di consapevolezza silenziosa che somiglia al mare all’alba: una distesa piatta, apparentemente immobile, che custodisce nei suoi abissi correnti capaci di spostare i fondali. È da questa stessa postura – fatta di ascolto, rispetto e una commovente delicatezza – che nasce Un’emozione chiamata dolore, il saggio a quattro mani firmato da Perfetti e Chiappin, edito da Turato edizioni.
Se vi avvicinate a questo volume cercando il classico manuale di auto-aiuto pronto a somministrarvi la ricetta della felicità in cinque comodi passi, vi accorgerete presto di aver sbagliato rotta. E per fortuna, ci verrebbe da dire. La saggistica contemporanea è fin troppo affollata di risposte pronte all’uso, di anestetici letterari che promettono di cancellare la sofferenza come fosse un errore di battitura sulla pagina della vita. Perfetti e Chiappin fanno l’esatto contrario: prendono la sofferenza, la sollevano controluce e, con la precisione del chirurgo e la grazia del poeta, ci mostrano le sue venature, la sua necessità, la sua paradossale bellezza.
























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