Antonio Ligabue, Cavalli imbizzarriti dal temporale durante la notte, 1960, olio su tela, cm 40 x 60
Radici: la genealogia di chi sta ai margini
«Ho attraversato la piazza di Luzzara fingendo di essere Antonio Ligabue.» Cesare Zavattini, Ligabue, 1967
Un triangolo irregolare
Un pittore nato a Zurigo e approdato nella Bassa Padana, una contadina abruzzese con la terza elementare, un grande uomo di cinema e di scrittura che prende in mano i pennelli «quasi per caso». Antonio Ligabue, Annunziata Scipione e Cesare Zavattini non hanno condiviso uno studio, una scuola, una poetica dichiarata. Eppure nel volume Radici, a cura di Silvia Pegoraro, formano un triangolo che regge: tre artisti irregolari, estranei tanto ai canoni dell’accademia quanto alle “accademie” dell’avanguardia.
Ciò che li tiene insieme è una libertà espressiva che usa la pittura come mezzo primordiale per dire l’identità, il territorio, il sogno. Per Gilles Deleuze ogni atto di creazione è anche un atto di resistenza: qui la resistenza ha la forma di uno sguardo che recupera la sacralità della terra e della vita.
Antonio: la giungla sul Po

Ligabue dipinge tigri, leopardi, serpenti che non ha mai visto dal vero, se non nei libri e nei circhi. Si isolava, compiva un viaggio mentale verso una giungla mitica e poi entrava nella tela: le testimonianze dell’epoca raccontano che mentre dipingeva ruggiva, ringhiava, graffiava l’aria. Per Pegoraro non guarda l’animale, lo diventa, e la fiera è di fatto un autoritratto mascherato. Una lettura quasi sciamanica, che la sua infanzia svizzera, tra mascherate uomo-animale e leggende di lupi, rende meno astratta di quanto sembri. Non a caso firmava “Ligabŭn”, con segni gotici.
L’arte, per lui, è una necessità biologica e catartica: un modo di sopravvivere al disagio mentale, di incanalare il caos in visioni di bellezza. Anatole Jakovsky, nel 1962, a Parigi, lo separò dagli altri naïf con una frase netta: «Contrariamente a Rousseau, Ligabue è un veggente.» Ed è negli autoritratti che il suo mondo diventa leggibile come un sistema di indizi: la mosca posata sul volto, le ferite, lo sguardo divergente che sembra vigilare su un territorio invisibile alle nostre spalle.
Annunziata: la memoria a colori

Nata ad Azzinano di Tossicia, nel Teramano, all’ombra del Gran Sasso, Annunziata Scipione è stata spesso definita l’erede di Ligabue al femminile: stessa origine contadina, stessa scoperta tardiva. Ma la sua pittura ribalta la prospettiva. Dove Ligabue mette in scena il dramma della sopravvivenza, lei dipinge il trionfo della vita rurale: vendemmie, processioni, raccolti, uomini e animali in un rituale collettivo che si rinnova con le stagioni, nella sua Valle Siciliana. Una visione armonica, non conflittuale.
Se la pittura di Ligabue fosse un suono, scrive Pegoraro, sarebbe il ruggito di una tigre tra le nebbie del Po; quella di Annunziata il canto degli uccelli che si mescola ai canti dei fedeli lungo il sentiero. I dettagli sono indizi antropologici: le mani enormi e squadrate dei contadini, spia del lavoro come fondamento dell’identità; i gesti ieratici, quasi bizantini, di un tempo circolare; i colori che seguono il calendario dei campi. Dipingeva a memoria, e la sua tavolozza “fa memoria” di una civiltà contadina travolta dalla modernità industriale. Zavattini la capì al volo: per lui nei suoi quadri c’era «una fondamentale dialettalità… ha il valore di una lingua creata».
Za: l’intelletto che riconosce l’istinto

Se Ligabue è l’istinto, Zavattini, nato a Luzzara, nella stessa Bassa Padana dove Ligabue era approdato, è l’intelletto che riconosce il valore di quell’istinto. Fu tra i primissimi a intuirne il genio e gli dedicò nel 1967 un poemetto, nato su commissione di Franco Maria Ricci, che ritrae la sua esistenza dolorosa e insieme visionaria; da lì sarebbe venuto anche lo sceneggiato RAI del 1977 diretto da Salvatore Nocita.
La sua pittura, dal 1938, è ludica, ironica, “parlata”: un diario in cui l’immagine dialoga con la scrittura e con il cinema, con scritte che irrompono sulla tela, omini che volano sui tetti, folle miniaturizzate. È lo stesso gesto di Miracolo a Milano: dare il diritto di volo agli ultimi. Lui stesso la mise così: «Ho messo in giro la voce che sono un pittore che non sa dipingere.» Una sgrammaticatura scelta, quasi politica: l’intellettuale che adotta il segno “infantile” per dare voce ai subalterni, e che accumula millecinquecento miniquadri, tra il 1941 e gli anni Settanta, in una collezione che è un archivio di sguardi.
Periferia contro centro
Nel 1967 Zavattini fonda a Luzzara il Premio Nazionale dei Naïfs, e l’anno dopo il Museo Nazionale delle Arti Naïves. Siamo alla fine degli anni Sessanta: il boom economico sta cancellando dialetti, culture locali, tradizioni rurali, quella che Pasolini chiamerà “omologazione culturale”. Il Premio e il Museo funzionano come un archivio di resistenza visiva, un primo tentativo di creare in Italia una microstoria per immagini. Anche Annunziata Scipione vi fu invitata più volte, e vinse il Premio nell’edizione 1977-78.
È qui che il saggio di Pegoraro chiama in causa Carlo Ginzburg e la sua idea di periferia: non il luogo del ritardo cronologico, ma il territorio che i modelli dominanti non raggiungono, dove si producono forme imprevedibili e originali. Ligabue è la periferia come alterità radicale; Annunziata quella come enciclopedia di una memoria; Zavattini, uomo del centro (cinema, editoria milanese e romana), sceglie di restituire centralità a chi sta ai margini.
Oltre l’etichetta
L’etichetta di “arte naïf” ha confinato a lungo Ligabue e Scipione in una specie di infanzia dell’arte, un tentativo goffo, seppur lirico, di imitare i codici della rappresentazione colta. Radici propone il contrario: attraverso gli strumenti di Ginzburg, di Propp, di Jung e di Deleuze, mostra che la “semplicità” è il sintomo di un’alternativa radicale alla visione ufficiale. Non pittori ingenui, dunque, ma pittori di forze: la forza della carne ferita in Ligabue, della vita cosmica in Scipione, dell’immaginazione liberata in Zavattini.

Per approfondire
Il poemetto da cui tutto parte: Cesare Zavattini, Ligabue →
Il metodo che ha reso leggibili le culture subalterne: Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi →
Lo sapevi che?
Zavattini fu anche un collezionista ossessivo di piccoli quadri: ispirato da un bozzetto di Massimo Campigli, scriveva agli amici pittori chiedendo loro due tele di circa 8 x 10 cm, una natura morta o un paesaggio e un autoritratto. Ne mise insieme millecinquecento, tra il 1941 e gli anni Settanta.
Radici. Ligabue Scipione Zavattini, a cura di Silvia Pegoraro, Turato Edizioni: arte outsider, Ligabue, Annunziata Scipione e Zavattini pittore.
Radici. Ligabue Scipione Zavattini è il volume a cura di Silvia Pegoraro pubblicato da Turato Edizioni nel 2026 (192 pagine, 21 x 25,5 cm). Il saggio “Genealogie alternative: l’arte outsider di Ligabue, Scipione e Zavattini” riunisce tre artisti irregolari: Antonio Ligabue, pittore e scultore vissuto a Gualtieri nella Bassa Reggiana; Annunziata Scipione, pittrice di Azzinano di Tossicia (Teramo) legata alla civiltà contadina abruzzese; Cesare Zavattini, sceneggiatore, scrittore e pittore di Luzzara, fondatore del Premio e del Museo Nazionale delle Arti Naïves.
L’articolo spiega perché l’etichetta di arte naïf è riduttiva e propone una lettura dell’arte outsider attraverso Ginzburg, Propp, Jung e Deleuze. Parole chiave: arte outsider, arte naïf, Antonio Ligabue, Annunziata Scipione, Cesare Zavattini pittore, Luzzara, Silvia Pegoraro, Turato Edizioni, catalogo d’arte.
Radici. Ligabue Scipione Zavattini è il volume a cura di Silvia Pegoraro pubblicato da Turato Edizioni nel 2026 (192 pagine, 21 x 25,5 cm). Il saggio “Genealogie alternative: l’arte outsider di Ligabue, Scipione e Zavattini” riunisce tre artisti irregolari: Antonio Ligabue, pittore e scultore vissuto a Gualtieri nella Bassa Reggiana; Annunziata Scipione, pittrice di Azzinano di Tossicia (Teramo) legata alla civiltà contadina abruzzese; Cesare Zavattini, sceneggiatore, scrittore e pittore di Luzzara, fondatore del Premio e del Museo Nazionale delle Arti Naïves.L’articolo spiega perché l’etichetta di arte naïf è riduttiva e propone una lettura dell’arte outsider attraverso Ginzburg, Propp, Jung e Deleuze. Parole chiave: arte outsider, arte naïf, Antonio Ligabue, Annunziata Scipione, Cesare Zavattini pittore, Luzzara, Silvia Pegoraro, Turato Edizioni, catalogo d’arte.





