Da Orson Welles a Wes Anderson: quando il cinema si sporca le mani di inchiostro.
Se c'è un rumore che compete con il battito cardiaco di una redazione o con il respiro di una rivoluzione, è il ronzio metallico, ritmico e implacabile di una macchina da stampa. Nel silenzio di una sala cinematografica, quel battito diventa colonna sonora. C'è qualcosa di profondamente fisico, quasi sensuale, nel modo in cui l'inchiostro incontra la carta bagnata sotto la pressione di un rullo. Per chi si occupa di stampa, vedere queste macchine sul grande e piccolo schermo non è mai un semplice dettaglio di sfondo: è l'apparizione di un co-protagonista silenzioso che dà corpo alla verità, alla propaganda, al potere o alla ribellione.
Dalle linotype fumose del cinema classico alle rotative impazzite dei thriller politici, fino alle piccole pedaline artigianali dei falsari, dei poeti e dei partigiani, la stampa nel cinema non è mai solo tecnica. È l'atto di rendere pubblico un pensiero, di trasformare l'immateriale in piombo e carta. Viaggiamo nel tempo attraverso ventitré tappe, dal 1922 a oggi, in cui rulli e caratteri mobili hanno rubato la scena ai divi dello schermo.
Il dottor Mabuse (Dr. Mabuse, der Spieler)
Nel dittico con cui Lang inaugura la sua ossessione per i geni del crimine, il laboratorio dei falsari ciechi custodisce l'immagine più inquietante del film: la macchina che stampa banconote false si trasfigura, nel delirio finale del protagonista, in un mostro meccanico gigantesco. La stampa, qui, non falsifica solo il denaro: falsifica la realtà stessa, diventando l'emblema visivo di un potere che si autoalimenta.
Per approfondire — Fritz Lang. Maestro del cinema noir, di Stefano Curone (Edizioni Sabinae)
La signora del venerdì (His Girl Friday)
La quintessenza della screwball comedy. I dialoghi serrati e sovrapposti di Cary Grant e Rosalind Russell viaggiano alla stessa identica velocità delle rotative che, nei sotterranei del giornale, attendono fameliche di andare in stampa. Hawks costruisce l'intera pellicola come una macchina perfettamente oliata, dove redazione e sala macchine sono un unico organismo vivente: se non arrivi in tempo prima che i rulli inizino a girare, la tua voce è persa per sempre.
Quarto potere (Citizen Kane)
Non si può che proseguire con il monumento. L'ascesa e la caduta di Charles Foster Kane sono indissolubilmente legate alle gigantesche rotative del New York Inquirer, filmate da Welles con una grandiosità quasi espressionista: cattedrali d'acciaio che sputano fuori la "verità" manipolata dal protagonista. Nella celebre transizione del raddoppio della tiratura, il frastuono delle macchine cresce fino a diventare assordante, a simboleggiare l'ascesa al potere di Kane: la pressa come moltiplicatore di ego, macchina da guerra democratica e poi demagogica.
Roma città aperta
Francesco è un tipografo, e la sua tipografia stampa clandestinamente "l'Unità", il giornale della Resistenza. Nello stesso film, Don Pietro riceve il denaro destinato ai partigiani in un negozio d'antiquariato che nasconde, nel sotterraneo, un'altra tipografia clandestina. Rossellini gira nella Roma appena liberata, tra le macerie vere della città, e la stampa illegale diventa qui il segno fisico di una resistenza che si organizza a bassa voce, foglio dopo foglio.
Due lettere anonime
Girato a ridosso della Liberazione, il film costruisce l'intera trama attorno a una tipografia romana: Tullio, che la dirige, collabora apertamente con i tedeschi occupanti; Gina, la sua compagna, vi lavora ed entra in contatto con la Resistenza; Bruno, l'ex fidanzato di lei tornato dal fronte russo, viene assunto proprio lì su indicazione del vecchio proprietario, ora a capo di un gruppo partigiano. La tipografia non è sfondo: è il campo di battaglia dove si decide da che parte sta ciascun personaggio.
L'ultima minaccia (Deadline - U.S.A.)
"È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente!" La battuta più famosa della storia del giornalismo cinematografico, urlata da Humphrey Bogart nei panni del direttore Ed Hutcheson, mentre alle sue spalle le rotative iniziano a girare per stampare l'ultima, scottante verità contro un boss della malavita. Il fragore delle macchine che copre la voce del criminale al telefono è il trionfo del piombo fuso sulla corruzione.
La banda degli onesti
La commedia italiana nella sua accezione più nobile e artigianale. Il portiere Don Antonio (Totò) e il tipografo in rovina Giuseppe Lo Turco (Peppino De Filippo) stampano banconote da diecimila lire con una vecchia pedalina rimasta nella bottega di quest'ultimo. Mastrocinque filma la cantina-laboratorio con toni quasi da noir, ma l'attenzione ai dettagli tecnici — la carta filigranata recuperata da un taccuino, la miscela esatta degli inchiostri, la pressione millimetrica del torchio — trasforma la falsificazione in un rito quasi magico.
Per approfondire — Totò attore. La più ampia e definitiva biografia artistica, di Ennio Bispuri (Gremese)
Una vita difficile
Prima ancora di diventare il giornalista scomodo e squattrinato che attraverserà tutto il dopoguerra italiano, Silvio Magnozzi (un grande Alberto Sordi) è un giovane partigiano che compone e stampa opuscoli sovversivi in una tipografia rudimentale, improvvisata alla meglio — finché una retata tedesca non la mette a ferro e fuoco, costringendolo alla fuga. Un'origine tipografica per un personaggio che passerà il resto della sua vita a scrivere articoli al vetriolo, pagandone ogni volta il prezzo.




Apollon - Una fabbrica occupata
Un caso a parte in questa rassegna: qui la tipografia non è scenografia ma soggetto assoluto. Gregoretti gira, con la voce narrante di Gian Maria Volonté, la cronaca reale dell'occupazione operaia della tipografia romana Apollon, durata oltre un anno tra il 1967 e il 1968. Gli operai interpretano se stessi, coautori di una docu-fiction che è insieme cinema militante e archivio prezioso di un mestiere — quello dello stampatore — filmato dall'interno, con le sue macchine, i suoi rumori, la sua fatica quotidiana.
Sbatti il mostro in prima pagina
Gian Maria Volonté torna, questa volta dall'altra parte della barricata: è Giancarlo Bizanti, caporedattore di un giornale di destra pronto a costruire un colpevole pur di orientare l'elettorato. Bellocchio non mostra tanto la macchina da stampa quanto il suo potere: la capacità della carta stampata di fabbricare un "mostro" a piacimento, di decidere chi sia colpevole prima ancora che un'inchiesta abbia inizio. Un film che, cinquant'anni dopo, non ha perso un grammo della sua attualità.
Nel corso del tempo (Im Lauf der Zeit)
Nell'ultimo capitolo della "Trilogia della strada", Bruno e Robert attraversano in camion la Germania di confine, tra proiettori da riparare e cinema di provincia agonizzanti. Ma è durante una sosta, nella tipografia del padre di Robert, che i due si concedono un colloquio aspro e mai risolto: la macchina da stampa diventa il luogo fisico di un conflitto generazionale, l'officina dove si stampano notizie ma non si riesce a stampare, tra un padre e un figlio, nessuna forma di riconciliazione.
La legge violenta della squadra anticrimine
Poliziottesco barese quasi dimenticato, girato per intero tra le stanze e la rotativa della vera Gazzetta del Mezzogiorno, che concesse location, tipografi e linotipisti reali. Il direttore del giornale (Renzo Palmer) si scontra con un commissario duro (John Saxon) e un boss mafioso (Lee J. Cobb): rara testimonianza cinematografica delle fasi di lavorazione di un quotidiano d'epoca, girata con un rigore quasi documentaristico.
Tutti gli uomini del Presidente (All the President's Men)
Il thriller politico definitivo sul Watergate non si limita a mostrare le indagini di Woodward e Bernstein: glorifica il processo fisico attraverso cui l'inchiesta diventa notizia stampata. Pakula e il direttore della fotografia Gordon Willis contrappongono gli uffici asettici del Washington Post al ventre sotterraneo e rumoroso delle rotative. La celebre carrellata che sale sopra le macchine in movimento resta una delle immagini fondative del cinema sul giornalismo investigativo: l'inchiostro che diventa, letteralmente, storia.
L'Agnese va a morire
Nel racconto della lavandaia Agnese che diventa staffetta partigiana nelle Valli di Comacchio, uno dei rifugi chiave della rete clandestina è un casale adibito a tipografia partigiana. Terzo film di quest'annata sorprendentemente feconda per gli stampatori da film, "L'Agnese va a morire" resta l'unico episodio della Resistenza italiana raccontato al cinema con una protagonista femminile — e anche qui, come altrove, la tipografia clandestina è il luogo dove la parola scritta diventa atto di resistenza.
Il postino
Un'eccezione dichiarata in questa rassegna: nessuna macchina da stampa compare davvero sullo schermo. Ma il film-testamento di Massimo Troisi merita comunque un posto, perché racconta l'altro capo della filiera della parola scritta — non chi la stampa, ma chi la consegna. Mario, postino semianalfabeta di un'isola di pescatori, è l'unico tramite tra il mondo e Pablo Neruda, l'unico abitante che riceve corrispondenza. È la stampa vista dal suo punto d'arrivo più umile e più poetico: una lettera, una raccolta di versi, un uomo in bicicletta che impara a leggere il mondo attraverso le parole di un altro.
Cronisti d'assalto (The Paper)
Se volete capire la frenesia della deadline, questo è il film perfetto: una commedia drammatica che si consuma in ventiquattr'ore dentro la redazione di un tabloid newyorchese. Il climax ruota letteralmente intorno a un bottone, quello che avvia le rotative: fermare le presse per cambiare la prima pagina all'ultimo secondo costa migliaia di dollari e rischia di far saltare la distribuzione. Una rappresentazione tesissima di come il tempo tipografico condizioni la vita professionale e umana.






Sostiene Pereira
Nessuna rotativa in azione, qui: ma "Sostiene Pereira" è comunque, prima di tutto, un film su un giornale. Il dottor Pereira dirige la pagina culturale del quotidiano "Lisboa" nella Lisbona del 1938, sotto la dittatura di Salazar, tenendosi accuratamente fuori dalla politica — finché il suo lento risveglio di coscienza non lo porta a un solo, decisivo atto di coraggio: far pubblicare, nonostante la censura, un articolo scomodo. Il climax del film non è una macchina che si avvia, ma un testo che, contro ogni previsione, va comunque in stampa.
Spotlight
Nel film sull'inchiesta del Boston Globe sugli abusi del clero, la scena delle rotative che stampano l'edizione con la storia arriva quasi in sordina, verso il finale — e proprio per questo colpisce di più. Roger Ebert la definì un'immagine "quasi diventata un cliché dei film sul giornalismo", eppure qui carica di un'intensità rara: la verità che sta per diventare pubblica, stampata, irreversibile.
Il giovane Karl Marx (Le jeune Karl Marx)
Il biopic segue l'amicizia tra Marx ed Engels fino al momento in cui il loro pensiero prende forma definitiva: nel febbraio 1848 il Manifesto del Partito Comunista viene dato alle stampe, un mese prima dello scoppio dei moti rivoluzionari europei. Il film indugia sui fogli del manoscritto che passano di mano in mano attorno a un tavolo, in un montaggio quasi febbrile: prima che sia un oggetto stampato e diffuso, il testo che cambierà il Novecento è ancora inchiostro fresco su carta scritta a mano.
The Post
Pensato apertamente come prequel morale di "Tutti gli uomini del Presidente", il film di Spielberg costruisce il proprio climax attorno alla rotativa del Washington Post che si rimette in moto per pubblicare i Pentagon Papers: un labirinto meccanico di acciaio oliato, ripreso con la stessa reverenza riservata altrove a un'arca sacra. Kay Graham decide, il torchio parte, e il rombo delle macchine diventa la colonna sonora della libertà di stampa.
The French Dispatch
Dichiarata "lettera d'amore al giornalismo", l'ultima creazione di Wes Anderson è costruita come il numero finale di una rivista di provincia francese: redattori eccentrici, un direttore ossessionato dall'inchiostro su carta, un'estetica che imita le pagine stampate fin nella grana del bianco e nero. Un secolo dopo Mabuse, la macchina da stampa non è più un mostro da temere, ma un oggetto da rimpiangere: l'ultimo, malinconico omaggio a un mestiere che il film sa già in via d'estinzione.
Illusions perdues
Trasposizione fedele e sontuosa del romanzo di Balzac: il giovane Lucien de Rubempré abbandona la tipografia di famiglia ad Angoulême per tentare la fortuna a Parigi come poeta, scoprendo presto che nella capitale tutto si compra e si vende — la letteratura, la stampa, i sentimenti, la reputazione. Un ritorno alle origini quasi circolare per questa rassegna: Lucien lascia la tipografia proprio per fuggire da un destino che, ironicamente, lo raggiungerà sotto altra forma, tra le pagine dei giornali parigini.
Shōgun
Anche la serialità contemporanea rende omaggio a questa storia, spingendosi fino a un contesto sorprendente: il Giappone feudale del Seicento. Nella ricostruzione storica di "Shōgun" fa da sfondo un fatto reale e poco noto: furono i missionari gesuiti portoghesi a introdurre in Giappone, tra Cinque e Seicento, i primi torchi a caratteri mobili — i cosiddetti "Kirishitan-ban" — usati per stampare testi religiosi in caratteri latini e giapponesi. Un capitolo dimenticato della storia della tipografia, in cui il controllo della parola stampata pesava quanto il filo di una katana.





Ventitré film, un secolo di pellicola, la stessa macchina che ritorna sotto forme diverse: mostro, alibi comico, confessionale familiare, arma di verità, reliquia da custodire, mezzo di redenzione poetica. Colpisce che il solo 1976 abbia messo in scena quattro tipografie così diverse tra loro — un padre e un figlio in Germania, un giornale pugliese, la sala macchine del Washington Post, un casale sulle Valli di Comacchio — eppure accomunate dallo stesso rumore di fondo. Forse è proprio questo il punto: la macchina da stampa, quando entra in un film, non fa mai solo rumore. Racconta sempre qualcos'altro.



